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Professionisti a quali condizioni?

Negli ultimi anni in quasi tutti i paesi dell’Unione Europea è aumentato considerevolmente il numero dei lavoratori e lavoratrici che in forma autonoma o come dipendenti sono inseriti nel mondo delle professioni. Il lavoro professionale rappresenta una delle parti più dinamiche del lavoro indipendente e di quello dipendente, sia nelle forme più tradizionali che in quelle di recente sviluppo.
Queste considerazioni e molte altre emergono dal rapporto di ricerca di IRES CGIL “Professionisti: a quali condizioni?” presentata a Roma il 27 aprile scorso.
I dati sono stati raccolti per mezzo di un questionario on line liberamente accessibile in rete nel periodo compreso tra l’inizio di ottobre 2010 e la fine di gennaio 2011, al questionario hanno risposto 3771 professionisti, 2640 autonomi, 898 dipendenti e 233 praticanti.
La ricerca pur non statisticamente significativa rivolge un primo sguardo al mondo delle professioni finora ampiamente trascurato in Italia sia dal punto di vista dell’analisi ma soprattutto degli interventi economici e sociali.
Secondo il Censis il totale degli iscritti ad Ordini e Collegi, nell’anno 2009, è pari a 2.006.015, delle 6.500.000 Partite IVA attive più di un milione sono riconducibili alle professioni regolamentate.
La fotografia offerta dall’indagine sui professionisti costringe a rivedere, almeno in parte, i canoni classici su cui si sono basati gli approcci politici e sociali sino ad oggi e che hanno guardato ai professionisti usando una equazione un po’ superficiale ma diffusa: “tutto ciò che è professione e lavoro autonomo reale se la deve cavare da solo e recuperare dalla propria attività tutte le risorse per affermarsi e proteggersi socialmente. Al contrario se non ci si trova di fronte a questa capacità auto protettiva non si è in presenza di un professionista vero od un vero lavoratore autonomo e quindi quel lavoratore deve essere considerato dipendente.”
Tre i gruppi individuati tra i professionisti autonomi. Un primo nucleo che possiamo definire l’Area a “Rischio di Precarietà” che si attesta attorno al 20% ed evidenzia in modo strutturale le caratteristiche di abuso non solo per via dell’imposizione all’apertura della partita Iva, ma anche perché ricorrono spesso modalità di svolgimento della prestazione tipica del lavoro subordinato, ulteriormente confermate se messe in relazione alla percezione di sé. Il 13,7% si sente, infatti, un lavoratore dipendente non regolarizzato.
Un secondo gruppo di circa due terzi del totale definibile, e autodefinito, come i “liberi professionisti con Scarse Tutele” (68,5%). Pur rilevando una reale autonomia nello svolgimento della prestazione, costoro affrontano la propria attività professionale accettando le condizioni di mercato in cui operano ma con pochi strumenti di governo, protezione sociale e, soprattutto, con poche capacità di contrattazione con i propri committenti. Questi sono i professionisti che soffrono di più l’erosione della sicurezza sociale e della mancanza di strumenti legislativi, professionali o contrattuali aggiornati ed in grado di riequilibrare la perdita del potere contrattuale nei rapporti instaurati con i propri committenti.
Il terzo insieme emerso dall’indagine è identificabile nei “liberi professionisti Affermati” (17,8%) che pur potendo vantare modalità di svolgimento della professione e di soddisfazione economica migliori del resto dei professionisti, soffre la necessità di accedere più facilmente a diritti di cittadinanza e, in particolare, ad un maggior riconoscimento professionale.
Avere compensi equi ma, soprattutto tutele sociali in caso di malattia, infortunio, maternità, disoccupazione, assieme all’accesso al credito, alla regolazione dei tempi di pagamento, alla formazione sono le principali preoccupazioni dei professionisti autonomi e dei praticanti.
Le richieste di tutela vengono rivolte ad un ventaglio ampio di soggetti dal legislatore (22%), all’azione congiunta di sindacato e associazioni (15%), alle associazioni (13,5%), agli ordini (29%), alla contrattazione collettiva (8%).
Questo, assieme al contenuto delle richieste, ci rimanda una forte domanda d’aiuto e di rappresentanza rimasta finora inespressa o che ha preso forme non considerate ancora efficaci ed in grado di dare risposte concrete.
Anzi, la maggior parte delle aspettative di tutela riguardano compiti che sono, nel nostro Paese, prerogativa dell’azione negoziale del sindacato ma non è ad esso che si rivolgerebbero in via prioritaria i professionisti, senza però individuare una valida alternativa.
Gli appartenenti alle professioni regolamentate sono tendenzialmente critici nei confronti dei rispettivi Ordini professionali tuttavia gli appartenenti alle professioni non regolamentate individuano tra gli strumenti più indicati per tutelare i loro interessi e diritti: 1) un Ordine professionale (29%); 2) una nuova norma di legge (22%); 3) l’azione congiunta che coinvolga associazioni professionali, sindacati e associazioni dei consumatori (15%); 4) un’associazione professionale (13,5%); 5) un’organizzazione sindacale per il tramite della contrattazione collettiva (8%).
Alla domanda “vorrebbe che la sua Associazione diventasse un Ordine professionale?” ha risposto si il 59,1%.
Agli intervistati si chiedeva infine di indicare le politiche più utili per soddisfare – sul terreno del welfare professionale e delle politiche fiscali ed economiche per la crescita professionale – i loro bisogni.
La risposta più ricorrente è stata “avere tutele certe in caso di malattia e infortunio”, l’agevolazione con sostegni pubblici alla formazione e all’aggiornamento professionale (voucher, PSE) e l’incentivazione a passare a contratto di lavoro stabile per chi svolge di fatto un lavoro dipendente.
La ricerca conclude individuando i temi che dovrebbero essere oggetto di azione contrattuale dei sindacati tra cui troviamo l’aggiornamento delle declaratorie professionali, il livello dei compensi, le protezioni sociali (previdenza, malattia, infortunio, gravidanza), sostegno al reddito in caso di perdita del lavoro (ammortizzatori sociali), la definizione di percorsi formativi in relazione alla carriera, le modalità lavorative e di gestione del tempo di lavoro, la lotta agli abusi nei riguardi in particolare dei giovani praticanti, o nell’uso improprio dell’autonomia giuridica.
Importanti spunti di riflessione questi, anche per le rappresentanze istituzionali degli Psicologi Ordine, Cassa di Previdenza, sindacato AUPI che sorprendentemente oggi più di ieri si rivelano adatte per rispondere a queste tipologie di istanze se sapranno lavorare insieme.
Manuela Colombari
Anna Sozzi

Blog Costruire Previdenza del 8 maggio 2011

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